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A noi Liguri



La terra è ruvida, spesso perfino brulla. I monti hanno la faccia spellata di un bambino in una sera d’agosto.

Nelle spiagge non abbiamo la sabbia ma ciottoli grigi, che se catturati dalla risacca risuonano di uno scricchiolio inatteso.

Le strade della città sono buie, piene di odori e schiacciate da palazzi sbilenchi.

I tetti sono fatti d’ardesia e, se dopo la pioggia viene il sole, diventano pulviscoli di luce che accecano gli occhi.

Spesso, da queste parti, l’unico colore è quello del mare. Blu scuro e profondo, ma che annega in un celeste pallido nei giorni di macaia. Quando invece infuria la burrasca diventa di un grigio avvolgente, come la testa di un vecchio che non ha perso i capelli.

D’inverno, la tramontana recide con precisione chirurgica l’orizzonte. Allo spuntare dell’alba il cielo è un manto dorato e, più in basso, l’acqua è solcata da lunghe schegge bianche, che si scioglieranno in onde spumose sul bagnasciuga.

Nelle notti senza luna qualche pescatore prende ancora il largo, a bordo di gozzi dalla chiglia robusta. Sulla poppa portano una lucina giallognola, a vederla da terra sembra una stella caduta nel mare.

Poi, il giorno dopo, si ritrovano con gli amici al molo, seduti intorno a un cerchio su delle sedie di plastica secca.

Si mettono a cucire le reti, parlano poco e quando lo fanno è con una cantilena dalle vocali chiuse, proprio come il cerchio in cui sono seduti.

Più in su, nelle strette vallate dell’entroterra, la gente si arma di lunghi bastoni sottili per percuotere frasche di olivi. I frutti ricadono in altre reti, dalle trame ancora più intricate.

Quando la giornata è finita l’ombra spegne il verde degli alberi, e i volti rugosi delle persone. L’aria diventa frizzante, si torna a casa camminando lungo stradine di pietra, a volte lastricate con delle mattonelle rosse, micidiali in caso di pioggia.

Dicono che per chi viene da fuori il miglior biglietto da visita siano accozzaglie di case aggrappate su uno sperone, conteso tra monti ripidi e scogli aguzzi.

Altri ancora sostengono che questa terra non la si possa capire davvero se non si arriva dal mare.

Poi c’è pure chi la sorprende alle spalle, e in un giorno di fine inverno si ritrova in groppa a un crinale erboso, dietro di sé ci sono montagne lontane, ricoperte di neve spessa. Davanti, lo sguardo sprofonda in un mar Ligure immenso, bagnato da tante schegge di luce.

Forse è questo ciò che ci accomuna. Questa dipendenza che portiamo dentro fin da bambini, quando ci dicevano di guardare verso sud per avvistare la Corsica.

Quasi sempre non la trovavamo, ma importava poco, ci eravamo fermati già molto prima.

E’ come quando apriamo la finestra di un bagno, e lo vediamo insinuarsi dietro tremendi casermoni degli anni sessanta.

O, ancora, quando torniamo a casa dopo un lungo viaggio, l’aereo buca finalmente le nuvole e possiamo toccare con un dito il promontorio di Portofino. E poi Camogli, Recco, Sori, Bogliasco scorrono rapide, e noi siamo già in sella a uno scooter, a sfrecciare lungo l’Aurelia in un giorno d’estate, con un asciugamano ancora bagnato nel bauletto e i capelli pieni di sale.

Noi, noi che fino a quel momento ci siamo stretti in una rassicurante timidezza, che ci siamo ben guardati dal dire anche solo una parola a chi ci sta seduto vicino, piangiamo.

Piangiamo come i napoletani, ci riempiamo il cuore d’orgoglio come i romani, e ci sentiamo ricchi come i milanesi.


A noi Liguri basta il nostro mare per sentirci vivi.



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