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Olé



Vicino a me c’è un ragazzo che avrà la mia età, è calvo, ha il Mac sulle ginocchia, una barbetta rossa ben curata e due grandi auricolari bianchi che sembrano entrare direttamente nel cervello. In dieci minuti avrà già fatto almeno tre telefonate, tutte a voce alta e tutte con un copione ben preciso:

“Quest’anno sarà diverso dagli altri, gli obiettivi li rispettiamo!”

“Mi fatturi 50mila il prossimo mese e ti fai un bonus della Madonna!”

“Ma tu non hai capito proprio niente, noi questo cliente ce lo portiamo a casa!”

Belin se ci crede il ragazzo.

Mi viene in mente una foto di un anno e mezzo fa, scattata nella hall di un albergo. È notte fonda, c’è uno schermo del computer che lascia intravedere tabelle excel con numeri ovunque e poi ci sono io: stanco, sconsolato, triste.

Ultimamente mi è capitato spesso di prendermela con chi “si accontenta”, come se chi avesse trovato un equilibro in questo mondo fosse da biasimare anziché da stimare. Sedersi, ma non per questo sentirsi comodi nel posto in cui ci si trova e anzi, non essere soddisfatti della faccia che la mattina si vede allo specchio. Vivere in attesa delle ferie, del fine settimana, e intanto fare un lavoro non per sé stessi ma per gli altri, perché “cosi fan tutti”. Questo è quello che volevo dire, e questo è ciò che penso di voler evitare. Penso anche che la felicità sia fatta di istanti, attimi rarefatti che durano il tempo di un battito di ciglia, mentre la serenità, quella splendida convinzione di fare qualcosa di bello, sarà forse meno esaltante ma certamente più duratura. Riavvolgo il nastro di alcuni momenti passati e la vedo nel sorriso di un signore che faceva il poliziotto e ora ha aperto una bottega nei vicoli, fa il liutaio. La sento nella voce della mia prof del liceo, che si colora di una leggera malinconia solo quando mi dice che il prossimo anno andrà in pensione. La serenità, perché no, brillava negli occhi di alcuni ex colleghi quando raccontavano dell’attivazione di un nodo dell’alta velocità. Ecco, la serenità è trovare la propria strada e sentirsi entusiasti nel percorrerla, sempre e comunque, nonostante a volte il cammino possa essere pieno di ostacoli. Come scrivo nella presentazione di questo blog, io a trent’anni ho scoperto che volevo scrivere, per raccontare ciò che vedo, sento, vivo. Non so ancora se il cammino imboccato sia quello giusto, né tantomeno sono certo di essere ben attrezzato per un viaggio del genere. Sta di fatto però che io da un po’ di tempo credo in qualcosa, e credo che la cosa migliore sia sempre e solo credere. Credere in sé stessi, in un sogno, un progetto, un’idea, credere a ciò che dice il cuore. Ecco perché da quando ho sentito una vocina reclamare una forte voglia di nuovo io non ho esitato ad ascoltarla. Pazienza le lacrime di ieri mattina a vedere l’orizzonte da Corso Aurelio Saffi, una linea precisa tra cielo e mare da far gridare al miracolo. Pazienza a tutto ciò che mi mancherà così tanto della mia vita genovese e pazienza pure a quella brutta sensazione che ho avvertito ogni qualvolta mi sia stato chiesto “che ci vai a fare li?” “Hai almeno un lavoro? Una casa?” e io ho risposto scrollando le spalle, quasi a scusarmi per non essere preparato.

Io oggi ascolto il mio cuore, mollo quella coperta calda e accogliente che si chiama Genova e metto il naso fuori di casa, in un’aria che punge e che attrae.


Io me ne vado in Spagna. Olé.

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